Ansia da esame: nella mente di chi la prova

L’intenzione del presente articolo è quello di mettere in evidenza due processi mentali, quello “massimalista” e quello della “lettura del pensiero”, entrambi presenti nelle persone che soffrono di ansia da esame anche definibile, in maniera più generica, ansia da prestazione.

Il primo processo mentale è ben descritto nella frase che segue: “Per andare bene all’esame devo mostrare sicurezza, essere impeccabile nel linguaggio, rispondere con prontezza a tutte le domande dell’esaminatore”.

Si noti come in entrambe le espressioni sia sottesa un’idea di perfezione, il ragionamento è secondo criteri massimali: o la prestazione vale 10, il punteggio massimo, oppure è da dimenticare.

Il problema nel pensare in questi termini non è nell’aspirare al massimo dei voti, ma nell’aspettarsi che l’esito dell’esame debba essere sempre di questo tipo. Lo studente, dovendo rispettare gli alti standard di prestazione, tenderà ad investire tutte le risorse mentali e fisiche che ha nello studio, pretendendo da se stesso di dover apprendere tutto il programma alla perfezione, approcciandosi secondo uno stile analitico allo studio, piuttosto logorante se troppo forzato.

Quali sono le conseguenze di un atteggiamento verso lo studio di questo tipo?

Le preoccupazioni sull’esito dell’esame andranno ad aumentare a mano a mano che si avvicinerà la data della prova, con la possibilità che si possano manifestare perfino degli attacchi di panico, in un circolo vizioso tra emozioni e pensieri giudicanti che si autoalimenta. Questo non a torto in quanto è molto probabile che qualcosa nella preparazione così impostata dallo studente possa impedire di rispettare i risultati attesi, per esempio poiché è difficile, se non impossibile, che la memoria ritenga un’ alta quantità di informazioni senza un’azione di sintesi e rielaborazione del materiale didattico da parte dello studente, in poche parole senza un cambiamento dell’approccio allo studio.  Ne consegue come sia a volte possibile una rinuncia a presentarsi all’esame, non riuscendo a prepararsi nella maniera desiderata.

Nel caso contrario in cui uno studente del tipo descritto, decida di presentarsi alla prova, è molto probabile che intervenga l’altro processo mentale a condizionarlo, la lettura del pensiero. La lettura del pensiero consiste nel fare interpretazioni sul pensiero dell’altro credendo che siano vere. Pensare per esempio che tutti gli esaminatori si spazientiscano di fronte alla minima esitazione mostrata nella risposta o che debbano esigere una prestazione ineccepibile per poter attribuire il massimo dei voti, sottintende l’aspettativa che  i due attori della relazione, l’esaminando e l’esaminatore, abbiano la stessa mente e che tra loro non esista alcuna differenza di pensiero.

Questa attitudine del pensiero unita alle idee di perfezione già viste, rende inevitabile per lo studente il biasimo personale di fronte all’errore percepito, da lui interpretato come un fallimento, a cui si accompagna un sentimento di impotenza e demotivazione a continuare l’esame, con esiti immaginabili sul piano del suo esito finale.

In conclusione, è il pensiero dello studente ad agire come una profezia che si autoavvera, rapito e imprigionato dalle proprie paure, dalle proprie false credenze su come dovrebbero andare le cose del mondo, con cui scrive ogni giorno lo stesso medesimo nefasto destino.

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