Cos’è il perdono per la psicologia

Perdonare un amico in seguito ad un litigio è una delle azioni più difficili, il rancore spesso vince e con esso l’amor proprio della persona offesa prende il sopravvento.

Si parla in questo caso di un litigio in cui non sia implicata una messa in discussione della fiducia reciproca, ma in cui siano presenti delle critiche verso un comportamento o un atteggiamento ritenuto spiacevole, che non corrisponda alle attese personali.

Come spiega la psicologia la difficoltà nell’andare oltre l’orgoglio personale, nel sentirsi feriti a tal punto, a causa di un desiderio infranto, da arrivare a cambiare radicalmente l’opinione verso l’altro?

Esiste un processo mentale chiamato di non integrazione per il quale tutto quanto è desiderabile dell’amico viene scisso da quanto rappresenta il suo opposto.

Quello che accade dal principio della relazione è che quanto nell’altro incontra le preferenze personali, ovvero la parte di lui considerata “buona”, desiderabile, nutre e accresce giorno dopo giorno l’affetto nei suoi confronti, fino a a farlo entrare a pieno titolo nella cerchia delle persone care, affidabili, di quelle di cui si può contare nei momenti difficili, da cui si ricerca conforto e protezione quando si è indifesi.

Finché non arriva il giorno in cui quest’ultimo non susciti un sentimento ben diverso: quello della delusione.

Una parola che arriva indesiderata, un comportamento fuori luogo ed ecco che il principe o la principessa azzurri vedono mutare le loro carrozze in zucche, gli occhi di chi li guarda non sono più quelli dell’amore, ma del risentimento, pinocchio si trasforma da amorevole burattino in asinello che nitrisce. La “parte cattiva”, indesiderata dell’amico è collocata in una parte della mente in cui quella “buona” non può entrare, le due sono incluse in categorie mutualmente escludentesi,  dove è l’una non è l’altra.

La visione dicotomica della realtà favorisce allora che l’attenzione e il pensiero si orientino verso una tra le due immagini, quella buona o quella cattiva, e quando sono la rabbia e il rancore a farla da padrone allora ad essere osservata è prevalentemente la seconda, della quale, sempre la mente, articola il disegno, facendola sembrare sempre più brutta e orripilante, l’amico si trasforma  a poco a poco in un mostro malefico e pericoloso, da cui è necessario al più presto scappare.

Quando si parla di rabbia cieca si richiama alla memoria proprio quanto appena descritto: il furor, l’ira funesta non permettono di vedere quanto di buono è stato donato in un tempo anche non troppo remoto da chi nell’attualità è invece rappresentato come persona appestata e nefanda.

Quali siano le origini remote, infantili dell’incapacità di perdonare, verrà trattato in un successivo articolo intitolato “il bambino ferito“, nel quale saranno illustrate le dinamiche familiari volte a favorire una difficoltà nella elaborazione delle emozioni di malessere.

 

 

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