Ho paura di prendere i mezzi pubblici, di guidare la macchina

Nei primi colloqui con un cliente che soffre di attacchi di panico si avverte spesso, durante la sua narrazione del problema, un atteggiamento di impotenza nei confronti dei sintomi. Parole come: “Ero al supermercato, all’improvviso ho sentito un senso di soffocamento e ho avuto paura di svenire” o ancora “Ero in macchina e tutto d’un tratto ho sentito il cuore a mille, ho avuto paura di perdere il controllo del mezzo…” lasciano intendere che c’è stato l’arrivo perentorio di una sensazione inaspettata, come un fulmine a ciel sereno.

Il vero problema per chi si esprime in questo modo è costituto non solo dall’imprevedibilità con la quale si manifestano i sintomi, ma anche dalla sensazione di incontrollabilità nei loro confronti.

Negli esempi illustrati all’inizio, la persona non trova ragioni per spiegare il senso di soffocamento e la tachicardia che le sono accaduti, e allora finisce con l’attribuirli prima all’ansia – che viene vista come un fenomeno indipendente da sé, da cui viene quasi magicamente rapito –  e poi al luogo in cui si è verificato l’episodio dell’attacco di panico. A questi luoghi la mente infatti associa il trauma dell’esperienza dell’attacco di panico, crede che tutte le volte in cui li percorrerà vivrà le stesse sensazioni e il trauma si ripeterà.

Dietro ai pensieri appena descritti, per cui si crede che le cose andranno sempre allo stesso modo, esiste un processo mentale chiamato generalizzazione.

La generalizzazione è un errore ingenuo della mente che chiunque commette. Il problema sopraggiunge quando non ci si rende conto della sua pericolosità e si diventa allora suoi schiavi, reagendo ad esso in maniera meccanica.

A causa di questo processo mentale, si rinuncia quindi a sperimentare e a credere che le cose possano cambiare: in una parola, si rinuncia a crescere. Si dice a se stessi che le cose non possono andare diversamente, come se si potesse prevedere il futuro con certezza (“Tanto le cose andranno come sono sempre andate”, “Non c’è via di uscita”, “Meglio rinunciare…”).

Ma il futuro ha veramente un’unica direzione? O invece si  possono percorrere tante strade quante sono quelle che si possono immaginare?

 

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