Il “cutting” tra i giovani, fotografia di un disagio esistenziale

Esiste un mondo sommerso, o meglio ne esistono più di uno, in cui i giovani esprimono degli stati mentali ed emotivi privati, lontano dagli sguardi di adulti da cui, ritengono, non possano essere compresi. In questo articolo tratterò  il fenomeno del “cutting”, ovvero del procurarsi dei tagli , delle escoriazioni o bruciature sul corpo, molto spesso sulle braccia e sui polsi, diffuso anche tra i giovani, più spesso di sesso femminile, come dimostrato da alcuni studi sul campo condotti in America (D. Le Breton, 2016). Mi concentrerò in particolare sui significati retrostanti a questi comportamenti, espressi da chi vive il fenomeno in prima persona e indagati da un noto antropologo francese, D. Le Breton, nel testo avente come titolo “La pelle e la traccia”. Per alcuni giovani il tagliarsi rappresenta un espediente per incanalare emozioni di sofferenza  psicologica, come la tristezza, la rabbia, o più semplicemente la tensione, in seguito, per esempio, alla fine di una relazione importante, o ai conflitti continui con i genitori.  

Per altri è un modo di punire se stessi, per la consapevolezza, amara, di non valere niente, o ancora può essere un modo per uscire da uno stato, insopportabile, di “vuoto” esistenziale.

In molte delle testimonianze i giovani aggiungono di provare vergogna dei loro tagli, hanno paura che gli adulti a loro cari possano vederli con occhi giudicanti e cambiare opinione sul loro conto, per questo li tengono segreti. Quando il rapporto con i genitori è invece caratterizzato dalla sfida continua e aperta, e dall’assenza di dialogo, i tagli assumono funzione comunicativa di protesta, per esempio di fronte ad una disciplina troppo severa.

Per riassumere quindi e cercando di ragionare al di là dei moralismi verso il fenomeno trattato, esso rappresenta un tentativo di esternare certi stati emotivi, non altrimenti esprimibili e visto all’interno delle relazioni in cui è calato, assume valenza di messaggio rivolto all’altro, del proprio disagio nei suoi confronti. In particolare questo accade quando l’interlocutore è un adulto molto poco disponibile all’ascolto e al confronto reciproco. 

Concludo l’articolo suggerendo un modo in cui l’adulto o anche lo stesso coetaneo può essere d’aiuto, riportando  le parole usate dallo stesso Breton: “ La sola via d’uscita è un altro modo di esprimere la sofferenza, non più col corpo, ma con le parole, e a qualcuno che possa capirla».

 

{lang: 'it'}

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Post Navigation