Lutto bloccato, quando serve un aiuto…

Il lutto è un evento che inizialmente genera nei superstiti diverse emozioni, spesso contrastanti tra loro e di intensità molto alta, quali: il dolore e la disperazione per la perdita, il senso di colpa o viceversa la rabbia verso il defunto.

Tutte le emozioni descritte rientrano in una normale reazione al lutto e non devono quindi destare preoccupazione. Si parla invece di lutto bloccato quando esse si prolungano oltre l’anno dalla perdita e chi le vive si trova ancora ad affrontare con fatica le mansioni quotidiane o rinuncia a fare progetti sul futuro, tanto la mente è rapita dai ricordi sul passato, su quello che non è più e che si vorrebbe ritornasse in vita.

Perché non si arrivi al lutto bloccato, è essenziale poter beneficiare del sostegno affettivo degli amici, del patner, dei parenti.

Chi soffre della perdita deve sentirsi accolto nella libera espressione delle proprie emozioni, all’interno di una relazione di aiuto in cui il giudizio deve essere assente.

L’ascolto e l’aiuto di qualcuno nell’espletare le mansioni quotidiane (pulire casa, ecc..) è di aiuto in queste circostanze, molto più di tante parole.

Per illustrare il processo che conduce al costituirsi di una reazione luttuosa patologica verrà presentato il caso di O. , di 60 anni, residente in una grande città, nonna di F., nipote scomparso in un incidente stradale nei due anni precedenti l’inizio della terapia psicologica

Ornella è vedova, vive insieme alla figlia nello stesso quartiere dell’altro figlio, G., padre del nipote scomparso, che era solita frequentare quotidianamente prima dell’incidente di F. Dopo la scomparsa del figlio, G. si chiude in se stesso e non è più così desideroso di ricevere visite in casa propria.

In seduta O. piange spesso non riuscendo a gestire la propria sofferenza, provando molta rabbia verso G., a cui da la colpa di aver acquistato il motorino a F., lo stesso con il quale il ragazzo ha fatto l’incidente mortale.

Allo stesso tempo O. si sente messa da parte, si lamenta dell’isolamento in cui si è chiuso G., e dei pochi inviti a pranzo che riceve da parte del figlio.

O. non vede più un senso nella propria vita, il nipote le riempiva le giornate con la sua gioia e la sua vitalità, era il suo prediletto e tra loro c’era un legame speciale, quasi una complicità perfetta.

Ad O. manca l’amore e il sostegno di cui ha bisogno: con i figli nasconde il proprio dolore, sia per volere di G., che non vuole sentir più parlare di F., che per la paura di ferire la figlia, giudicata troppo fragile per sostenere anche la madre. O. deve poi continuare a badare ai consueti doveri domestici, sono in due in casa, non ha quindi il tempo per pensare esclusivamente alle proprie emozioni, ai propri ricordi. Deve allora forzare se stessa nel recitare il ruolo di colei che sopporta, che ce la fa nonostante tutto, anche se nel proprio cuore si sente morire. Avrebbe bisogno di un sorriso, di un abbraccio, ma intorno a sé non c’è nessuno che si accorga di lei e le dedichi il proprio tempo, donandole un amore incondizionato.

O. così rimane intrappolata nel proprio dolore, che vive in silenzio e verso il quale non vede una via d’uscita.

 

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