Piangere è sconveniente, non si deve mai piangere!

“Io non devo fare questo, io non devo fare quest’altro, non è bene che agisca così, non sopporto quando mi sento in questo modo..” sono frasi che la mente pronuncia per distogliere chi le ha prodotte dal comportarsi in una maniera sconveniente o perfino dal provare certe emozioni considerate dannose e biasimevoli.

E’ questo un discorso interiore, una programmazione individuale che è continuamente attiva e di cui si è più o meno consapevoli, ma che influenza enormemente l’azione individuale, portando a fare certe scelte piuttosto che altre e a preferire certe esperienze, solitamente quelle conosciute, a quelle che mettono in discussione l’idea di se stessi.

Uno dei modi per spiegare l’origine di questi pensieri è rappresentato dal tipo di educazione ricevuta dai propri genitori, cioè dalle regole e più in generale dalla visione del mondo da loro trasmessa quando si era ancora bambini.

Si prenda ad esempio  la seguente frase: “Piangere è sconveniente, non si deve mai piangere!” per vedere come viene seminata già nel neonato.

Quando il piccolo viene svezzato molto precocemente, accade spesso che non tolleri la frustrazione derivante dall’allontanamento dal seno materno, per cui piange e urla frequentemente, cercandolo con la bocca e con le mani. Quando il genitore rifiuta la richiesta del figlio, questi apprende a limitarsi nell’esprimerla, soffocando sia l’impulso di protendersi verso l’esterno che quello di piangere.

A livello corporeo i muscoli del collo e della gola si contraggono per bloccare l’impulso a piangere al pari di quelli delle braccia, che si irrigidiscono. Se l’esperienza di rifiuto si protrae nel tempo, le tensioni divengono croniche, contemporaneamente vengono repressi sia il ricordo dell’esperienza dolorosa, sia i sentimenti ad essa annessi: di tristezza, disperazione, rabbia.

Nell’adulto la censura di questi sentimenti sarà giustificata con frasi come quella per cui non è virile piangere, non è opportuno arrabbiarsi o quantomeno manifestare il proprio dispiacere agli altri, con lo scopo di mantenere stabile l’immagine di sé formatasi nell’infanzia, spesso dicendo a sé e agli altri di “essere così da sempre”.

Quello che si ignora è che non solo il modo con cui si vede se stessi e gli altri è appreso ma che può anche essere cambiato, sostituendo i pensieri abituali con altri nuovi e soprattutto decidendo di agire in una maniera diversa, rompendo così una routine che viene alimentata dalle scelte personali che in ogni giorno, ora, minuto e secondo si prendono.

 

 

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