Se sono arrabbiato è tutta colpa sua

La gestione della rabbia presuppone un impegno multifocale, su di sé, sull’altro, sulla relazione. Di conseguenza devono essere messe in gioco diverse abilità perché questa emozione non diventi qualcosa di nocivo o perfino distruttivo per chi la prova.

Se agita con impulso la rabbia ha spesso pesanti conseguenze sulla relazione, l’interlocutore si sente aggredito, spesso giudicato e si allontana per la troppa pressione a cui si sente sottoposto. Quando invece viene agita su se stessi, la rabbia induce a compiere azioni a rischio per la propria salute e incolumità (per esempio: guida in stato di ebbrezza, sessualità promiscua, bulimia, autolesionismo) o a sviluppare uno stato depressivo.

Per evitare queste conseguenze è molto importante innanzitutto guardare a se stessi, alla propria personalità, in breve, accorgersi di quale sia il motivo scatenante la reazione di rabbia, riferendolo non tanto all’azione compiuta dall’altro ma a come è stata interpretata, secondo il proprio particolare punto di vista.

Una seconda azione da fare per stare meglio, per uscire dallo stato di rancore, è quella di mettersi nei panni del “nemico”,  con un attitudine costruttiva, per capire quale azione lo abbia portato ad agire nella maniera tanto detestata.

Mettersi nei panni dell’altro include un confronto,  il porgli delle domande con l’intento di capire le sue motivazioni, con atteggiamento il più possibile aperto e non giudicante. Troppo spesso invece si manifesta un fenomeno chiamato in psicologia cognitiva “lettura del pensiero”, che consiste essenzialmente nel vedere l’altro come una propria estensione, e quindi nell’attribuirgli dei pensieri, delle emozioni e delle intenzioni che non sono le sue,  in più tendendo alla catastrofizzazione, cioè a drammatizzare e a vederlo come il “colpevole” come la persona più malvagia, subdola, ignobile mai vista.

Dal confronto con l’altro invece si rimarrà sorpresi nel conoscere ragioni ed intenzioni alle quali non si aveva pensato e nel riconoscere una propria responsabilità personale perché i fatti siano andati nella direzione indesiderata.

La relazione va vista infatti in senso circolare, in un fluire di azioni e reazioni continue, dove è difficile, se non arbitrario, stabilire chi ha iniziato per primo.

Quello che invece più spesso accade è che ognuno degli attori della relazione tende ad attribuire la colpa all’altro, e a vederlo come quello da cui tutto è partito.

E’ necessario uscire da questa mentalità ed assumere invece una posizione di scambio delle motivazioni ed interpretazioni reciproche, che saranno necessariamente diverse le une dalle altre, con la finalità di raggiungere, se desiderato, una visione nuova della realtà che è co-costruita, cioè condivisa dalle parti, e non riducibile alla visione individuale di nessuna delle due.

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